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Lo stesso Julius Evola, senz’altro in rapporti organici col nazionalsocialismo e il fascismo e alieno da ogni fascinazione verso ogni tipo di socialismo (si pensi alla querelle coi "nazi-maoisti" sul “Borghese") contestando la valenza “populista” di quei regimi e optando per una visione aristocratica, arrivò a criticare gli aspetti sanguinari dell’invasione hitleriana dell’URSS, parlando anche di un presunto «nazionalcomunismo» social-patriottico di Stalin:
«… quando il Reich estese il suo potere su aree non tedesche, l’idea suprematista si fece valere, si istituì un sistema di protettorati e di governatorati con discriminazioni che dovevano provocare reazioni e alimentare la resistenza, mentre si sarebbero dovute creare le premesse per la costituzione di una unità superiore lasciante largo margine all’indipendenza delle parti. Si sa che si riaffacciò, qua e là, l’albagia dell’Herrenvolk, espressione che correva il rischio di passare dal senso aristocratico di “popolo di signori” a quello odioso di “popolo di padroni”, a beneficio di una ‘arianità’ fatta monopolio del solo elemento tedesco, tanto da non tenerla in nessun conto nel caso di ceppi da ritenersi attualmente non meno ‘arii’ , ma non di rado considerati quasi come una sub-umanità. Di ciò fu il caso già dei Polacchi, la cui nazione aveva avuto un glorioso passato anche se sventurato […]. In più vanno accusati gli errori commessi dalla Germania nazista nella campagna di Russia e nei territori sovietici occupati. Essi non furono privi di relazione con la concezione dello ‘spazio vitale’ da assicurare al popolo tedesco nella misura in cui essa portò ad una specie di colonialismo intereuropeo. Se come parola d’ordine valeva la guerra contro il comunismo […] e la liberazione della Russia dal comunismo, vi era però anche l’idea della espansione nei territori occupati con un regime di semplice soggezione delle popolazioni, nei riguardi delle quali spesso si riaffermava la boria tedesca del popolo superiore. Così accadde che se a tutta prima i Tedeschi vincitori in diverse aree russe vennero accolti festosamente come dei liberatori, in seguito l’atteggiamento delle popolazioni doveva cambiare quando invece della sperata libertà commissari del partito nazionalsocialista, comandi, esponenti senza scrupoli dell’industria e del commercio del Reich presero il posto delle autorità sovietiche dando l’impressione che all’una oppressione ne era subentrata un’altra. Governi liberi costituiti a tutta prima da Russi in territori conquistati dalla Werhrmacht furono dissolti e anche patrioti anticomunisti furono arrestati. Lo stesso Andrej Vlassov, creatore del Movimento della Russia Libera, fu perseguitato e persino arrestato prima che gli fosse concesso di organizzare una armata ucraina antisovietica schierata a fianco di quelle tedesche. Tutto ciò fu assolutamente controproducente, portò all’indifferentismo e alla diffidenza delle popolazioni e alimentò il partigianesimo; offrì una preziosa base alla politica di Stalin il quale accantonando l’originaria ideologia comunista bandì un nuovo nazionalismo russo e coniò la parola d’ordine del “patriottismo sovietico”, con ciò mobilitando le forze morali importantissime, forse decisive per la guerra contro i Tedeschi. Tutto questo mostra ciò che di problematico avrebbe potuto pregiudicare il progetto di un “Ordine Nuovo”. […] Quel che avrebbe pregiudicato ogni futuro sviluppo positivo sarebbe stato appunto tutto ciò che nel Terzo Reich corrispondeva alla componente hitleriana» (Julius Evola, "Il fascismo visto dalla destra. Note sul Terzo Reich", Volpe, Roma 1979, rist. della III ed. del 1974, pp. 220-223).
(Matteo Andriola)

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